Oltre l'etichetta di "mollaccioni": cosa ci dicono davvero i giovani sul futuro

"Stiamo crescendo un popolo di mollaccioni." È bastato questo titolo giornalistico, apparso dopo la pubblicazione di una ricerca condotta da Valore D con Ipsos Doxa su oltre 1.300 giovani tra gli 11 e i 21 anni, per riaccendere un dibattito stantio.
Troppo spesso, quando parliamo delle nuove generazioni, la narrazione mediatica scivola su stereotipi rassicuranti: fragilità, incapacità di reggere lo stress, scarsa voglia di faticare. Etichette che servono a noi adulti per spostare lo sguardo altrove, evitando di interrogarci sul contesto che abbiamo costruito.
Ma cosa succede se, invece di giudicare, proviamo ad ascoltare? I dati di "Sognando il futuro e il lavoro" ci raccontano una realtà molto diversa.
Non è mancanza di voglia, è fatica di esporsi
La ricerca evidenzia che per le ragazze e i ragazzi delle medie, le situazioni di maggior disagio non sono legate alla pigrizia, ma alla paura di esporsi: dover affrontare qualcosa di nuovo (34%), non essere presi sul serio (32%) o parlare in pubblico (30%). Crescendo, aumenta il disagio legato alla dimensione relazionale ed espressiva. Questa "fatica" non è una ritirata, ma il segno di una generazione che prende sul serio ciò che fa e che desidera trovare spazi di ascolto autentici, senza sentirsi costantemente sotto esame.
Il dato forse più sorprendente riguarda la pressione: il 92% dei giovani tra i 16 e i 21 anni si sente sotto pressione per dover avere successo o raggiungere la perfezione (il 79% alle medie). Le ragazze vivono questo carico in modo ancora più intenso (95% nella fascia 16-21). Non stiamo parlando di una generazione che non vuole impegnarsi, ma di una che sente il peso di uno standard di perfezione invisibile, ma onnipresente, di cui noi adulti siamo stati i principali architetti.
I sogni non mancano
I sogni non mancano: il 61% dei ragazzi delle medie è interessato all'intelligenza artificiale, il 50% aspira a creare una propria attività e il 74% sogna di girare il mondo. L'apparente incertezza sul futuro professionale – solo il 50% dei giovanissimi sa già cosa vuole fare – non è mancanza di direzione, ma consapevolezza della complessità di un mercato del lavoro che corre più veloce di quanto noi adulti riusciamo a comprendere.
Il modello siamo noi
Infine, un dato che dovrebbe farci riflettere profondamente: quando pensano al futuro, i giovani guardano in primis a mamma e papà. I modelli di riferimento più influenti non sono gli influencer o i personaggi dello spettacolo, ma la famiglia. Siamo noi, nel nostro quotidiano, il punto di riferimento. Anche quando pensiamo di non esserlo.
Dare dei "mollaccioni" ai giovani è un esercizio comodo che divide il mondo in "noi" e "loro". I dati, invece, ci chiedono di chiederci che tipo di contesto stiamo costruendo attorno a loro. Quante possibilità lasciamo di sbagliare? Quale idea di successo stiamo normalizzando?
Il futuro non è un luogo lontano che ci aspetta: è quello che stiamo costruendo oggi con le nostre scelte, le nostre aspettative e, soprattutto, con il nostro ascolto.